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Art. 7 – Convenzione Europea dei Diritti dell’uomo (CEDU) #adessonews

È dichiarata manifestamente inammissibile – per difetto di rilevanza – la questione di legittimità costituzionale dell’art. 1 della legge n. 689 del 1981, censurato dal Tribunale di Cassino, in riferimento agli artt. 3 e 117, primo comma, Cost. (in relazione agli artt. 7 della CEDU, 15 del Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici, e 49 della Carta dei diritti fondamentali dell’UE), nella parte in cui non prevede l’applicazione all’autore dell’illecito amministrativo della legge successiva più favorevole. Il giudizio a quo verte su una violazione amministrativa (inosservanza dell’obbligo del datore di lavoro di trasmettere alla Direzione provinciale del lavoro una copia del contratto di lavoro a tempo parziale) prevista e sanzionata – prima della sua abrogazione ad opera dell’art. 85 del d.lgs. n. 276 del 2003 – dall’art. 2, comma 1, del d.lgs. n. 61 del 2000. Quest’ultimo deve, però, essere disapplicato (come rilevato dalla Cassazione) per effetto della sentenza 24 aprile 2008 della Corte di Giustizia UE, che ne ha affermato l’incompatibilità con la direttiva 97/81/CE, con la conseguenza che, venendo meno l’obbligo e la sanzione di cui si controverte, deve escludersi la necessità di fare applicazione nel giudizio a quo del censurato art. 1 della legge n. 689 del 1991. (Corte Costituzionale, ordinanza del 5 gennaio 2017 n. 2)

Nel giudizio di legittimità costituzionale – in riferimento agli artt. 2, 4 secondo comma, 51 primo comma e 97, secondo comma, dell’art. 11, comma 1, lett. a ), del d.lgs. del 31 dicembre 2012 n. 235 – riguardante i casi di sospensione dalla carica elettiva di sindaco a seguito di condanna non definitiva per abuso d’ufficio, è inammissibile l’intervento, benché tempestivo, di E. C., parte nel giudizio principale, che tuttavia si è costituito in esso dopo la rimessione della questione. L’ammissione delle parti del giudizio incidentale, infatti, viene valutata con riferimento ai soggetti costituiti nel giudizio principale prima della pronuncia di tale ordinanza. Inoltre, è altresì inammissibile l’intervento dello stesso soggetto come terzo, in quanto non già titolare di un interesse qualificato richiesto dalla giurisprudenza costituzionale per l’ammissione nel giudizio incidentale, bensì di uno di mero fatto. Sull’inammissibilità dell’intervento delle parti del giudizio principale che si siano costituite in quello incidentale dopo l’ordinanza di rimessione, v. le citate decisioni: sentenze nn. 223/2012, 220/2007; ordinanze nn. 24/2015, 393/2008. Sull’inammissibilità dell’intervento del titolare di un interesse di mero fatto, in quanto gli unici terzi legittimati a costituirsi nel giudizio incidentale sono quelli portatori di un interesse qualificato, immediatamente inerente al rapporto sostanziale dedotto in giudizio e non semplicemente regolato, al pari di ogni altro, dalla norma oggetto di censura, v. le citate decisioni: sentenze nn. 70/2015, 37/2015, 162/2014, 304/2011, 293/2011, 199/2011, 118/2011, 138/2010, 151/2009; ordinanze nn. 240/2014, 156/2013, 150/2012. (Corte Costituzionale, sentenza del 19 novembre 2015 n. 236)

Nel giudizio di legittimità costituzionale, in riferimento agli artt. 2, 4 secondo comma, 51 primo comma e 97, secondo comma, dell’art. 11, comma 1, lett. a ), del d.lgs. del 31 dicembre 2012 n. 235, riguardante i casi di sospensione dalla carica elettiva di sindaco a seguito di condanna non definitiva per abuso d’ufficio, è inammissibile l’intervento di M. M. M. e S. C., parti nel giudizio principale che si sono costituite oltre il termine di venti giorni dalla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale dell’ordinanza di rimessione. Tale termine ha infatti natura perentoria, per cui la sua mancata osservanza determina l’esclusione dal giudizio costituzionale di tutti gli interventi depositati oltre la sua scadenza. Sulla natura perentoria del termine per il deposito degli atti di intervento nel giudizio costituzionale, v. le citate decisioni: sentenze nn. 27/2015, 364/2010, 303/2010, 263/2009, 215/2009; ordinanze nn. 11/2010, 100/2009, 124/2009. (Corte Costituzionale, sentenza del 19 novembre 2015 n. 236)

Non è fondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 11, comma 1, lett. a ), del d.lgs. del 31 dicembre 2012 n. 235 – in relazione al precedente art. 10, comma 1, lett. c ) – sollevata con riferimento agli artt. 2, 4 secondo comma, 51 primo comma e 97, secondo comma Cost., la quale sospende di diritto dalle cariche di presidente della provincia, sindaco, assessore e consigliere provinciale e comunale coloro che hanno riportato una condanna non definitiva, tra l’altro, anche per il delitto di abuso di ufficio. La norma censurata – che ha una lunga serie di precedenti nella legislazione adottata fin dal 1990 per fronteggiare casi gravi di illegalità nella pubblica amministrazione – non costituisce infatti né una sanzione penale né un effetto penale della condanna; essa è piuttosto la misura scelta dal legislatore nel caso venga accertato, seppure in via temporanea, il venire meno di uno dei requisiti soggettivi richiesti per l’accesso e il mantenimento a una delle cariche elettive indicate. La natura non sanzionatoria della misura è confermata non solo dalla giurisprudenza comune, ma anche dall’espressa previsione che essa non si applica in caso di riabilitazione, mentre l’estinzione degli effetti penali della condanna a seguito di riabilitazione è prevista in generale dall’art. 178 cod. pen. Priva di fondamento è altresì la censura relativa all’immediata applicazione della misura a chi era già in carica al momento della entrata in vigore della norma, per fatti compiuti in precedenza. Non trattandosi di misura sanzionatoria, infatti, non viene in esame il divieto di retroattività dell’art. 25, secondo comma Cost.; né può invocarsi la presunta rilevanza costituzionale dell’art. 11 delle preleggi, laddove se ne chieda l’applicazione a tutela dei diritti fondamentali – come sarebbe quello dell’accesso alle cariche pubbliche – o in caso di istituti e regimi assimilabili alle sanzioni penali – come asserito nel caso della norma impugnata. Al di fuori dell’ambito penale, infatti, le leggi possono retroagire, purché la scelta del legislatore rispetti una serie di limiti, quale la sua ragionevolezza, l’uguaglianza della previsione, la tutela dell’affidamento legittimamente sorto, il rispetto delle funzioni costituzionalmente riservate al potere giudiziario. Risulta poi infondata anche la dedotta violazione del diritto fondamentale all’elettorato passivo, che sarebbe eccessivamente sacrificato dalla previsione impugnata, dal momento che appare invece ragionevole che per determinati reati, ritenuti particolarmente gravi e offensivi dell’interesse costituzionale al buon andamento e all’imparzialità dei pubblici uffici, il legislatore ricerchi un bilanciamento tra interessi in gioco diversi, trai quali il dovere per l’eletto di svolgere la carica con disciplina e onore. La scelta del legislatore, di prevedere che una condanna per una serie di reati contro la pubblica amministrazione, anche se non definitiva, faccia sorgere l’esigenza cautelare di sospendere temporaneamente il titolare della carica risulta dunque ragionevole, anche in caso di sua applicazione ai mandati in corso, dal momento che si tratta di salvaguardare l’amministrazione pubblica dal rischio di inquinamento e di tutelarne la credibilità. Quanto, infine, al diritto a concorrere al progresso materiale o spirituale della società, esso non risulta compromesso, poiché il suddetto contributo può essere fornito in una molteplicità di modi e forme, tra cui l’assunzione di una carica pubblica è solo una tra le tante espressioni possibili. Sulla natura non sanzionatoria delle misure della incandidabilità, decadenza, sospensione adottate a tutela del buon andamento e dell’imparzialità della pubblica amministrazione, v. e citate sentenze nn. 25/2002, 132/2001, 184/1994, 118/1993. Sulla legittimità delle scelte discrezionali del legislatore in tema di retroattività delle leggi che non rientrino nell’ambito di quelle penali, v. le citata sentenza n. 156/2007. Sulla correttezza delle scelte del legislatore in tema di bilanciamento tra l’interesse ad essere eletti a una carica pubblica e quello all’immagine della pubblica amministrazione, v. le citante sentenze nn. 352/2008, 257/2010, 206/1999, 141/1996. (Corte Costituzionale, sentenza del 19 novembre 2015 n. 236)

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